Land of Nod – Solo Show

Land of Nod

“Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: «[…] ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! […] chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». […] Caino si allontanò dalla presenza del Signore e si stabilìnel paese di Nod, a oriente di Eden.”

(Genesi, 4, 16-24).

Esseri che vagano in uno spazio indefinito. Una parvenza di acqua e di isole perse in una nebbia indistinta: questa la Terra di Nod nella lettura di Stefano Maria Girardi. Attraverso la sua installazione ci costringe a prendere coscienza della nostra inconsistenza, fluttuando leggeri nell’aria. Ma questa terra è tutt’altro che inconsistente nei suoi molteplici riferimenti, a cominciare da quello linguistico, che costituisce un sottotesto verbalmente inespresso ma fondamentale. Le parole della Bibbia sono chiavi, che vanno utilizzate per arrivare al significato profondo del racconto: Caino – da qáyin, acquisizione, possesso – ruba il respiro di Abel – letteralmente hebel, soffio vitale – di cui è geloso.

Cosa brama Caino? Il diritto di esistere, diritto che si realizza nell’attenzione dell’Altro. Fratello, genitore, divinità, l’Altro è lo specchio dell’identità umana. L’esilio nella Terra di Nod suona allora come un contrappasso: landa desolata e selvaggia, che porta in nome di “errante, vagabondo” come lo stesso Caino.

Proprio a Caino è dato il compito di popolarla attraverso la sua discendenza, destinata alla continua impermanenza. Ma lo stesso Caino, per quanto peccatore, è protetto dal Signore e con lui i suoi eredi: ecco allora un rimbalzo temporale verso l’attualità, al diritto che noi reclamiamo – ancora – sulla vita dell’altro. Questo muoversi nel tempo, viaggiando tra gli archetipi, è la modalità comunicativa di Stefano Maria Girardi: cercare le radici assolute del nostro presente attraverso i topoi del passato, portarci nel passato per guardare con altri occhi il nostro presente, con il tono epico di una narrazione corale. Ma la Terra di Nod è anche un luogo di infinite possibilità, in cui agli uomini è concesso comunque almeno il tentativo di costruzione del proprio Io. Archetipico abitante del nostro mondo, il Galata rappresenta l’Uomo che ritrova la propria dignità nella morte come condizione di assoluta libertà. Se Platone biasimava il suicidio come fuga dalla gabbia terrena nella quale siamo stati reclusi dalla divinità, gli eroi della tragedia rivendicano il diritto all’estrema rinuncia alla vita: un lungo percorso che li ha resi sì vittoriosi, ma fin troppo consapevoli della condizione umana. La consapevolezza di una vita incompiuta e indefinitamente solitaria. Una vita che destina l’umanità alla guerra perpetua dalla quale il Galata sottrae la moglie in un definitivo gesto d’amore. Così, di nuovo proiettati nel presente, come possiamo giudicare la scelta dell’altro, quando noi stessi andiamo per tentativi nel costruire la nostra esistenza? O potremmo forse, come Ulisse cercare di opporci  al destino e provare testardamente ad esser unici timonieri del nostro viaggio nella Terra di Nod, pur al prezzo della vita dei nostri amati compagni? Un’infinità di voci si aggiunge al coro: galleggia sull’acqua, con il viso straziato che si riflette nelle isole galleggianti frantumi. Isole di pietra sulle quali potremmo forse riposo, ma che in fondo non sono che relitti da museo, brandelli di visioni e di racconti presente storico, visti attraverso la lente del tempo

“Che la pietà non vi sia di vergogna”
(Fabrizio De Andrè)

Penelope Filacchione

 

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